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domenica 29 giugno 2008

Recensione del libro "La famiglia Spellman", di Lisa Lutz.


La protagonista del libro, Isabel Spellman, è una trentenne che vive ancora in famiglia. Una famiglia molto particolare, quella degli Spellman, in quanto tutti i suoi membri vengono in qualche modo coinvolti nel particolare lavoro dei genitori: un'agenzia privata di investigazioni. Questo fatto sconvolge tutti i normali equilibri, visto che in pratica tutti i membri si spiano e pedinano reciprocamente, determinando una serie di situazioni grottesche e molto divertenti. E' soprattutto Isabel a venire continuamente controllata, visti i suoi trascorsi non proprio cristallini e la sua movimentata vita sentimentale, continuamente monitorata dalla madre (e non solo). La mania dei pedinamenti, dei sotterfugi e delle segrete investigazioni finisce comunque per complicare inutilmente la vita di tutta la famiglia, che subisce periodiche crisi fino ad arrivare alla scomparsa di Rae, l'irrequieta figlia minore in piena crisi adolescenziale. Questo fatto si somma alle periodiche sparizioni dello zio Ray (impenitente puttaniere, alcolista e giocatore d'azzardo) e alla ormai irreversibile crisi del rapporto di Isabel con il suo ultimo ragazzo.
Insomma un libro originale e molto divertente, ottimo per una lettura di puro svago, scritto interamente in prima persona, fornendo quindi al lettore il punto di vista della protagonista, Isabel Spellman. L'intreccio della storia è molto accattivante, in quanto si fondono insieme le disavventure sentimentali di Isabel, le investigazioni dell'agenzia Spellman e tutte le problematiche della famiglia, animate da personaggi come minimo imprevedibili. Un cocktail veramente godibile, una scrittrice da tenere d'occhio, visto che questo è il suo primo libro, uscito in America nel 2007 e in Italia quest'anno.

sabato 21 giugno 2008

Il prossimo libro.

Dopo la lettura impegnata di "Arancia Meccanica", mi rilasserò con il libro "La famiglia Spellman", della giovane scrittrice Lisa Lutz. Una lettura - spero - spensierata e divertente. Il libro è uscito in Italia nel 2008. Vediamo un pò...

venerdì 20 giugno 2008

Recensione del libro "Arancia Meccanica", di Anthony Burgess.


Il giovane Alex - protagonista del libro - è il capo di una piccola banda di quattro teppisti scatenati, dediti - durante la notte - a furibonde azioni di ultraviolenza ai danni dei poveri malcapitati che passano sul loro cammino. Il libro è scritto in prima persona, il lettore si trova a vivere le tragiche esperienze dal punto di vista del giovane protagonista, del quale può leggere le azioni e i pensieri nel suo particolare slang - il Nasdat - inventato di sana pianta dall'autore. Alex è la personificazione stessa del male, in quanto dichiaratamente gode delle sue azioni malvagie e depravate, senza mai porsi il minimo problema di giustificare il proprio mostruoso comportamento. Al contrario, egli si presenta come una vittima della società in cui vive - una non molto ben definita istopia ambientata in un futuro (speriamo) improbabile. Tuttavia dopo avere massacrato una vecchietta inerme viene catturato dai poliziotti e sbattuto a marcire in un'orrenda prigione. Qui la sua natura intrinsecamente malvagia lo porta a ruffianarsi il cappellano, nella speranza di potere guadagnare la libertà per tornare alla sua vita di furti, pestaggi e stupri innominabili. Gli viene proposta come facile via di fuga dalla galera il famigerato "trattamento Ludovico", un abominevole trattamento di condizionamento psicologico in seguito al quale il suo subconscio rifiuta ogni comportamento violento, al quale associa una sensazione di insopportabile malessere fisico. In altre parole, Alex VUOLE fare il male, ma non può - suo malgrado - metterlo in pratica. Rimesso in libertà, si ritrova a vivere in un mondo malato, dove i suoi ex compagni di teppismo sono stati assunti dalla polizia e dove i suoi familiari lo rifiutano. Pestato dalla polizia, rifiutato dalla sua stessa famiglia e strumentalizzato da loschi figuri (caricatura dell'estrema sinistra), Alex, che soffre atrocemente per la sua condizione, decide di farla finita, gettandosi dalla finestra. Tuttavia sopravvive all'esperienza, venendo strumentalizzato dalla stessa classe politica che lo aveva usato come cavia per il "trattamento Ludovico" (satira dell'estrema destra), venendo quindi reinserito a viva forza nella società, dove torna a delinquere pur essendo foraggiato lautamente dal sistema. Tuttavia Alex sente il bisogno di allontanarsi dalla sua vita da teppista, mettendosi alla ricerca di una compagna per "sistemarsi", non soddisfare una propria necessità etica, ma per semplice accettazione di suoi meccanismi fisiologici .
Un libro molto complesso, scritto dall'autore per meditare sul concetto di libertà dell'individuo, e sui metodi che la società civile può/deve usare per stabilire un'ordine al suo interno. Dal mio punto di vista devo dire che è molto facile prendere le parti di Alex, piuttosto che della società, che alla fine risulta essere molto più depravata e senza ideali degli stessi teppisti dai quali si deve difendere. Mi sembra veramente mostruosa la visione che Alex ha della propria vita alla fine del libro, quando egli decide di abbandonare la sua nuova banda per "mettere su famiglia", rispondendo a mere esigenze biologiche sue, pur sapendo che tale scelta non risponde ad alcuna necessità morale o etica, ma a una semplice conformazione a modelli a lui - tutto sommato - esterni. Insomma una visione del mondo totalmente negativa. Burgess, in un'appendice finale del libro, dichiara che il libro "Arancia Meccanica" doveva essere

"una sorta di manifesto, addirittura una predica sull'importanza di potere scegliere."

Fermo restando che sono completamente d'accordo con le intenzioni dichiarate dell'autore, devo dire che dal mio punto di vista questo libro è una critica feroce nei confronti di TUTTA la società occidentale, a partire da quello che dovrebbe essere il suo caposaldo fondamentale, cioè la famiglia, descritta da Burgess come un vuoto contenitore senz'anima, anzi, una fabbrica di risibile ipocrisia. Burgess si è divertito, usando il potente strumento della satira, a smontare pezzo per pezzo tutto il nostro mondo, cominciando dal concetto stesso di democrazia, ponendo al lettore domande fondamentali dalle quali si è tuttavia guardato bene di fornire risposte. E lo apprezzo per questo.
Gran bel libro, devo dire, pienamente all'altezza del film omonimo realizzato da quel genio del cinema che risponde al nome di Stanley Kubrick.

lunedì 16 giugno 2008

Arancia meccanica.

Oggi sono andato in libreria e ho notato su uno scaffale il libro "Arancia Meccanica", di Anthony Burgess, dal quale è stato tratto l'omonimo film di Stanley Kubrick. L'ho comprato all'istante. Una cosa che mi ha sempre affascinato è la comparazione tra un film e il libro dal quale è stato tratto. In genere si dice che il libro è meglio del film, ma in questo caso si tratta di una lotta tra titani...

domenica 15 giugno 2008

Recensione del libro "La fattoria del diavolo", di Andrea Maria Schenkel.

In una piccola comunità agricola tedesca nel primo dopoguerra avviene un terribile fatto delittuoso: in una isolata fattoria tutti i membri di una famiglia (e la loro serva) vengono orrendamente massacrati a colpi di piccone. Il libro è scritto come il resoconto di un vecchio abitante del villaggio che torna nel suo paese natio per raccogliere le testimonianze dei suoi compaesani sull'episodio di cronaca nera, da lui appreso leggendo un giornale. I resoconti dei vari personaggi, scritti in prima persona e dal taglio decisamente giornalistico, sono intervallati da brani in terza persona in cui il lettore può immergersi nella descrizione - centellinata - di quanto veramente accadde nella fattoria. L'autrice crea abilmente delle false piste per cui fino alla fine non si capisce chi è l'assassino, che in realtà è un'insospettabile della piccola comunità. Il quadro che viene fatto dell'ambiente di campagna non è certo idilliaco. Gli abitanti vengono mediamente descritti come persone che, sotto l'apparenza di una vita tranquilla, bigotta e perbenista, in realtà vivono in un mondo fatto di solitudine, grettezza, frustrazioni e disperazione. Il libro è brevissimo, si può tranquillamente leggere in un'oretta scarsa. Infatti è lungo solo 147 pagine, ma siccome è suddiviso in una marea di capitoletti, intervallati tra l'altro da una litania di preghiere che invocano il perdono di Dio, lo scritto è veramente poco. Che dire. Una libro che si fa leggere, nulla di più, certo che non capisco come un romanzo giallo di questo tipo - senza infamia nè lode - possa diventare un best-seller internazionale. Misteri del marketing? Non lo so...

sabato 14 giugno 2008

Una settimana da dimenticare.

Ho avuto una settimana veramente da dimenticare. Voglio che il suo ricordo si perda nell'oblio. Non avuto neanche il tempo di continuare la lettuta del libro che stavo leggendo. Mi sa che mi conviene riprenderla da zero...

martedì 3 giugno 2008

Recensione del libro "Se questo è un uomo", di Primo Levi.


C'è poco da recensire. Ho letto questo libro per colmare una mia lacuna culturale. Pubblicato nel 1947, arricchito successivamente da un'interessantissima appendice scritta dall'autore nel 1976, vuole essere una testimonianza sulla mostruosa realtà dei Lager nazisti. Senza mai calcare la mano nella descrizione del sistematico annientamento, mentale e morale prima che fisico, dei prigionieri dei campi di sterminio mazisti, Primo Levi ha lasciato un grave monito all'umanità: dobbiamo rimanere sempre vigili, affinchè certe mostruosità non accadano più. Un libro imperdibile, che per la sua natura non ha molto senso (secondo me) valutare da un punto di vista meramente letterario o stilistico.

Come sono pututi accadere simili orrori??

Oggi ho terminato la lettura del libro "Se questo è un uomo", di Primo Levi. Come noto si tratta del resoconto delle atroci esperienze vissute in prima persona nei Lager nazisti dallo stesso autore. Il suo scopo dichiarato era quello di lasciare una testimonianza, un ricordo, un'epigrafe delle atrocità naziste, amonito per i posteri. Rimane senza risposta razionale la domanda su come simili orrori siano potuti accadere. Lascio parlare l'autore:

"... I personaggi di queste pagine non sono uomini. La loro umanità è sepolta, o essi stessi l'hanno sepolta, sotto l'offesa subita o inflitta altrui. Le SS malvagie e stolide, i Kapos, i politici, i criminali, i prominenti grandi e piccoli, fino agli Haftlinge indifferenziati e schiavi, tutti i gradini della insana gerarchia voluta dai tedeschi, sono paradossalmente accomunati in una unitaria desolazione."

"... I Lager nazisti sono stati l'apice, il coronamento del fascismo in Europa, la sua manifestazione più mostruosa; ma il fascismo c'era prima di Hitler e di Mussolini, ed è sopravvissuto, in forme palesi o mascherate, alla sconfitta della seconda guerra mondiale. In tutte le parti del mondo, là dove si comincia col negare le libertà fondamentali dell'Uomo, e l'uguaglianza tra gli uomini, si va verso il sistema concentrazionario, ed è questa una strada su cui e difficile fermarsi. Conosco molti ex prigionieri che hanno capito bene quale terribile lezione è contenuta nella loro esperienza, e che ogni anno ritornano nel "loro" campo guidando pellegrinaggi di giovani: io stesso lo farei volentieri se il tempo me lo concedesse, e se non sapessi che raggiungo lo stesso scopo scrivendo libri, ed accettando di commentarli agli studenti."

"... Ma nell'odio nazista non c'è razionalità: è un odio che non è in noi, è fuori dell'uomo, è un frutto velenoso nato dal tronco funesto del fascismo, ma è fuori ed oltre il fascismo stesso. Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce, e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.
Per questo, meditare su quanto è accaduto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere, o ricordare, che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano creduti, applauditi, ammirati, adorati come dèi. Erano "capi carismatici", possedevano un segreto potere di seduzione che non procedeva dalla credibilità o dalla giustezza delle cose che dicevano, ma dal modo suggestivo con cui le dicevano, dalla loro eloquenza, dalla loro arte istrionica, forse istintiva, forse pazientemente esercitata e appresa. Le idee che proclamavano non erano sempre le stesse, e in genere erano aberranti, o sciocche, o crudeli; eppure vennero osannati, e seguiti fino alla morte da milioni di fedeli. Bisogna ricordare che questi fedeli, e fra questi anche diligenti esecutori di ordini disumani, non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque. I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere veramente pericolosi; sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere che e ad obbedire senza discutere, come Eichman, come Hoss comandante di Auschwitz, come Stangl comandante di Treblinka, come i militari francesi di vent'anni dopo, massacratori in Algeria, come i militari americani di trent'anni dopo, massacratori in Vietnam."


venerdì 30 maggio 2008

Recensione del libro "Ebano", di Ryszard Kapuscinski.

Ryszard Kapuscinski è stato un giornalista e scrittore polacco. Il suo passato di reporter traspare dallo stile semplice a asciutto delle pagine di questo interessante libro, che può essere visto come una carrellata delle esperienze accumulate nei lunghi anni trascorsi dall'autore in Africa. Esperienze che hanno dato modo a Kapuscinski di fare molte riflessioni sulle peculiarità del continente nero e delle differenze culturali tra i popoli che lo abitano e quelli occidentali. In particolare l'autore ha potuto apprezzare, nel suo multidecennale viaggio nel continente africano, di osservare la parabola discendente che lo ha condotto, a partire dalle verdi promesse dell'indipendenza dai padroni europei del primo dopoguerra, a diventare una terra desolata, dove miseria, fame, sete e guerre endemiche mietono milioni di morti all'anno. Parabola discendente la cui causa va ricercata, secondo Kapuscinski, nella mentalità stessa degli africani e nella loro incapacità di stare in piedi da soli. Il libro comunque regala al lettore anche molti affreschi del continente nero, aprendo una finestra su un mondo a noi per molti aspetti alieno, meraviglioso e al tempo stesso terribile. Un libro che comunque vale la pena di leggere, se non altro perchè l'autore si mantiene sempre molto lontano da facili luoghi comuni e frasi fatte.

giovedì 29 maggio 2008

Perchè l'Africa si è ridotta così male?

Il continente nero ha avuto la sua grande occasione nella seconda metà del secolo scorso, quando uno dopo l'altro praticamente tutti gli stati in cui è diviso hanno ottenuto l'indipendenza. In molti si aspettavano che le popolazioni autoctone, giovani e con a disposizione ricchezze naturali enormi, raggiungessero rapidamente gli standard di benessere occidentali. Così non è stato. Anzi. Perché? Riporto un brano tratto dal libro "Ebano", dello scrittore polacco Ryszard Kapuscinski:

"Ne parliamo dettagliatamente un giorno con A., un vecchio inglese residente qui da molti anni. E cioè: la forza dell'Europa e della sua cultura, al contrario di molte altre culture, risiede soprattutto nella sua capacità critica e soprattutto autocritica, nella sua arte di indagare e analizzare, nelle sue continue ricerche, nella sua inquietudine. La mentalità europea riconosce di avere dei limiti, accetta la sua imperfezione, è scettica, dubbiosa, si pone interrogativi. Le altre culture sono prive di questo spirito critico. Anzi tendono alla boria, a considerare perfetto tutto ciò che è loro, sono acritiche nei propri confronti. Attribuiscono la colpa di tutto esclusivamente agli altri, a forze estranee (congiure, agenti, dominazioni straniere sotto varie forme). Interpretano ogni critica come un attacco malevolo, come un segno di discriminazione, di razzismo. I rappresentanti di queste culture considerano la critica come un offesa personale, come un tentativo deliberato di umiliarli, perfino come un modo di infierire. A dir loro che la città è sporca, reagiscono neanche avessimo detto che sono sporchi loro stessi, che hanno le orecchie, il collo e le unghie nere. Invece di sviluppare lo spirito critico, sono impastati di rancori, di complessi, di invidie, di insofferenze, di permalosità, di manie. Ciò li rende culturalmente, strutturalmente incapaci di progredire, di creare in una volontà di trasformazione e di sviluppo.
Le culture africane (perché sono molte, così come sono molte le religioni) appartengono per caso a questi acritici intoccabili? Certi africani come Sadig Rasheed hanno cominciato a chiederselo, cercando di scoprire come mai, nella gara dei continenti, l'Africa arrivi sempre ultima."

mercoledì 21 maggio 2008

E adesso mi faccio un giro in Africa.

Ho appena comprato il libro "Ebano", di Ryszard Kapuscinski. L'ho visto su uno scaffale in libreria, ho letto qualche mezza pagina e mi ha subito intrippato. L'autore per me è comunque del tutto sconosciuto. Si tratta del resoconto dei viaggi africani dello stesso scrittore, che ha girato in lungo e il largo il continente ormai dimenticato da tutti. Vediamo un po'...

domenica 18 maggio 2008

Lettura finita!

Finalmente ho finito l'agonica lettura del libro "La casa", di John Dickson Carr. Una profonda delusione. Comunque voglio pensare che questa sia un'opera non significativa nella bibliografia dell'autore. Se dovessi infatti fare un paragone tra Agatha Christie e John Dickson Carr semplicemente dalla comparazione dei loro libri che ho letto (cioè "Dieci piccoli indiani" della scrittrice inglese e "La casa" dello scrittore americano), dovrei concludere che John Dickson Carr è un povero cialtrone. Il Federico Moccia dei gialli classici.

mercoledì 7 maggio 2008

Recensione del libro " Sostiene Pereira", di Antonio Tabucchi.


La storia è ambientata il Portogallo, nell'afoso agosto del 1938. L'Europa è sull'orlo del baratro della Seconda Guerra mondiale, nella vicina Spagna infuria la guerra civile, ma ormai la truppe di Franco stanno per schiacciare le forze repubblicane, anche grazie agli aiuti della Germania e dell'Italia. In Portogallo sta prendendo forza il regime dittatoriale di Salazar, ma la popolazione sembra non rendersene pienamente conto. Non se ne rende conto neanche il protagonista di questo splendido romanzo, Pereira, un corpulento giornalista alla fine della sua carriera, responsabile della pagina culturale del quotidiano Lisbao. Pereira conduce una vita molto ritirata, divisa tra la solitaria redazione della pagina culturale (un piccolissimo ufficio distaccato dalla sede del giornale) e la sua casa ormai vuota, visto che la moglie è morta da anni di tisi. Unica sua compagnia, qualche cameriere, un vecchio prete e il ritratto della consorte defunta. Pereira è ormai completamente disilluso dalla vita, rassegnato a un'esistenza grigia e monotona. Un giorno tuttavia incontra un giovane, Monteiro Rossi, evento questo che gli cambierà la vita. Monteiro Rossi infatti è un sognatore, innamorato di una bella ragazza, molto vicino alla resistenza contro il regime di Salazar. Pereira nutre subito una profonda simpatia per il ragazzo, non esitando ad aiutarlo anche quando si accorge che questi è nei guai. Pereira poi incontra anche un medico, il dottor Cardoso, che lo aiuta a rendersi conto delle trasformazioni che stanno avvenendo in lui e nel suo paese. Questa in fondo è la vera storia raccontata dal romanzo di Tabucchi: il risveglio della coscienza di civile di un uomo qualunque, che si rende conto che la sua nazione è sotto l'odioso e repressivo controllo di una dittatura. Pereira si scontrerà con gli sgherri della polizia politica del regime, giunti a casa sua per interrogare Monteiro Rossi, che rimarrà ucciso a manganellate durante un furioso pestaggio, del quale Pereira sarà impotente testimone. Ma l'orrore del fatto provocherà una inaspettata reazione da parte del pacifico cronista, che riuscirà a beffare il regime facendo pubblicare - aggirando la censura - un'articolo dove denuncerà lo spietato assassinio del giovane, denunciando il regime fascista di Salazar, per scappare subito dopo all'estero.
Gran bel libro. Scritto in modo scorrevole, semplice e coinvolgente, senza inutili retoriche. Antonio Tabucchi, scrittore di razza, utilizza un curioso artificio letterario: tutto il romanzo è scritto come se si trattasse del verbale di un interrogatorio, continuamente costellato da infiniti "sostiene Pereira". Al lettore non è dato sapere davanti a quale tribunale sia finito Pereira. Non credo neanche sia necessario saperlo. Forse è il tribunale della sua coscienza, che a un certo punto si sveglia e gli impone di prendere posizione contro la dittatura e l'oppressione, svegliandosi dal compiacente torpore dove si era adagiato. Comunque sia, un libro che veramente vale la pena di leggere.

domenica 4 maggio 2008

L'orrore delle dittature.

Prosegue la piacevole lettura del libro "Sostiene Pereira", di Antonio Tabucchi. Gran bel libro. Il protagonista, Pereira, è il responsabile della pagina culturale del giornale "Lisboa", piccola realtà editoriale schierata con il regime di Salazar. La storia è infatti ambientata nel Portogallo della fine degli anni '30, in pieno regime dittatoriale e con la guerra civile spagnola alle porte di casa. In realtà Pereira si è allontanato dal mondo reale, rifugiandosi in un mondo disilluso e banale. Passa le sue tristi giornate abbuffandosi e traducendo racconti stranieri, stando ben attento a non scrivere nulla di "politicamente impegnato". L'unico dialogo vero lo intrattiene con una foto di sua moglie, deceduta anni prima di tisi. La sua vita comincia a cambiare quando incontra il giovane Monteiro Rossi, impegnato contro il regime dittatoriale del Portogallo e bisognoso di aiuto. Pereira, all'inizio molto diffidente, lentamente prende consapevolezza che nel suo paese, ma soprattutto dentro di sé, c'è qualcosa che non va. La storia può essere letta come il lento risveglio della coscienza di un individuo contro gli orrori di una dittatura che attanaglia il paese in cui vive. Tutto il libro è finora scritto come se si trattasse del verbale di un interrogatorio, con la frase "sostiene Pereira" ripetuta fino alla nausea. Al momento non è dato al lettore capire davanti a quale tribunale sia finito Pereira, ma in realtà è forse irrilevante saperlo. Una lettura interessante e piacevole.

venerdì 2 maggio 2008

Sostiene Pereira.

La prossima lettura sarà il libro "Sostiene Pereira",di Antonio Tabucchi. Da circa un migliaio di anni avevo preventivato di leggerlo, ora trasformerò questo desiderio in una realtà tangibile. Da questo libro venne tratto un film, con protagonista l'inossidabile Marcello Mastroianni, nel ruolo di Pereira, disilluso giornalista portoghese. Nella mia mente questo libro è un cult. Vediamo un po'...

giovedì 1 maggio 2008

Recensione del libro "Dieci piccoli indiani", di Agatha Christie.

Dieci persone, molto diverse per carattere, estrazione sociale e stile di vita, vengono invitate da un misterioso personaggio in una moderna villa su un isola. Questa eterogenea compagnia si ritrova così completamente isolata dal mondo esterno, in quanto non c'è alcun mezzo di comunicazione con la terra ferma, se non una barca che ogni tanto porta i rifornimenti. Il misterioso ospite tuttavia non c'è. Si avvicina inoltre una tempesta minacciosa. Un quadro abbastanza inquietante, che tuttavia peggiora drammaticamente quando una voce - che risulterà poi essere originata da un grammofono - accusa tutti gli invitati di essere responsabili di uno o più omicidi. Scoppia un pandemonio, in quanto tutti gli invitati respingono ogni addebito e cominciano a rendersi conto che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in quella riunione. Ma il peggio deve ancora venire. Perché gli ospiti cominciano a morire. Il primo decesso può sembrare un incidente, ma non i successivi. I superstiti devono quindi affrontare una situazione a dir poco assurda: l'isola è deserta (al di fuori di loro, ovviamente), gli omicidi si susseguono implacabili e quindi l'assassino deve essere uno di loro. Ciliegina sulla torta, le persone sembrano morire in modo da soddisfare il testo di una infantile filastrocca che è incorniciata nelle camere degli ospiti.
L'idea è molto bella. Il libro è scritto bene, è molto coinvolgente, Agatha Christie si diverte a caratterizzare i vari personaggi e a descrivere i loro pensieri e stati d'animo nell'affrontare questa situazione assurda e angosciante. Si può anzi dire che Nigger Island - il luogo isolato dal mondo dove avviene la storia - rappresenta proprio un "laboratorio" dove l'autrice si diverte a vivisezionare l'intimo delle persone, nel tentativo di separare comunque con una linea netta il bene dal male. Se nel corso della storia gli omicidi appaiono veramente inspiegabili, tanto che forte è la tentazione di ricorrere al metafisico per trovare una soluzione, in realtà nel finale l'ordine universale - tutto puritano - viene alla fine ristabilito. Tutti gli invitati finiscono per riconoscere le loro responsabilità, tanto da fare accettare a molti di loro la morte violenta come una inevitabile e anzi giusta conclusione. Una distinzione così netta tra il bene e il male personalmente mi fa sorridere, ma al di là di queste considerazioni filosofiche rimane il fatto che questo libro è un eccellente giallo che vale sicuramente la pena di leggere.

mercoledì 30 aprile 2008

"Dieci piccoli indiani", di Agatha Christie: un'idea geniale.

Ho ormai quasi finito di leggere il libro "Dieci piccoli indiani", di Agatha Christie. Un misterioso personaggio invita in una villa su un'isola isolata e deserta dieci persone. Tutte hanno qualcosa da nascondere, nella loro vita, e hanno la coscienza sporca. Molto sporca. Uno alla volta, inesorabilmente, muoiono. Il primo decesso pare essere un'incidente, ma dal secondo in poi appare evidente che quello che sta avvenendo è una serie di inesplicabili omicidi. I sopravvissuti diventano sempre più guardinghi e disperati, ma nonostante tutte le precauzioni e gli espedienti escogitati gli assassinii continuano inesorabili. Tra i superstiti ormai aleggia una sensazione di ineluttabilità, come se il loro destino fosse già scritto da qualche entità soprannaturale.
L'idea di base è geniale. Lo stile di Agatha Christie, estremamente lineare e asciutto (forse anche troppo), rende la lettura molto semplice. Un libro che si può leggere in poche ore.

venerdì 25 aprile 2008

Recensione del libro "Terra!", di Stefano Benni.



Questo libro surreale è ambientato nell'anno 2156. Il pianeta Terra è sprofondato in una nuova era glaciale, conseguenza di una serie di conflitti termonucleari tra le varie superpotenze. Un'umanità stanca, ipertecnologica e sistematicamente manipolata dai mass media agonizza, cercando di sopravvivere alla scarsità di cibo ed energia. In questo clima drammatico, un'astronave del blocco sineuropeo individua un pianeta nello spazio profondo che pare avere le caratteristiche della Terra. Unico problema: si è perso il contatto con l'astronave, né pare possibile localizzare con sicurezza l'esatta posizione del pianeta. Il blocco sineuropeo lancia quindi una spedizione di soccorso, l'astronave Proteo Tien, con un improbabile equipaggio, formato da Cu Chulain (pilota), Mei Ho Li (telepate), Caruso Raimondi (meccanico di bordo), Leporello Atari (robot) , e Sara (ape ammaestrata aiutante di Caruso). Anche le potenze antagoniste inviano le proprie spedizioni, allo scopo di impadronirsi della nuova e sperduta Terra Promessa. Così l'Impero Militare Samurai lancia la piccolisima Zuikaku, comandata dal generale Yamamoto e dal suo vice Arada, con una truppa di cinquanta topi ammaestrati. L'impero amerorusso invia invece l'immensa Calabakrab, colossale astronave comandata direttamente dal Grande Scorpione, feroce dittatore senza scrupoli. Contemporaneamente viene scoperta una misteriosa fonte energetica sotto la vecchia città di Machu Picchu, ultimo rifugio della civiltà Inca. Il blocco sineuropeo invia Frank Einstein, giovane bambino prodigio esperto in informatica e un vecchio saggio cinese, Fang, a dirigere gli scavi per cercare di fare luce su questo mistero. L'enigma verrà svelato alla fine del libro, trovando la soluzione nelle pieghe dello spazio-tempo.
Che dire. L'idea alla base del libro non è malaccio, quello che veramente mi ha deluso è lo stile di Stefano Benni. La struttura del racconto è iperframmentata, divisa tra innumerevoli accadimenti che si svolgono contemporaneamente, farcita con un numero impressionante di personaggi dai nomi impronunciabili, strapiena di raccontini, incisi e amenità varie che rendono veramente arduo riuscire a tenere il filo del discorso. Inoltre Benni vuole a tutti i costi risultare divertente (non sempre riuscendoci), usando un stile fin troppo surreale e in fin dei conti di difficile lettura. Se l'autore avesse tagliato un centinaio di pagine (e assicuro che se ne possono tagliare anche di più senza nulla togliere alla storia di per sè) credo che la lettura sarebbe stata ben più godibile. In giro ho letto recensioni a dir poco entusiastiche su questo libro, per quel che mi riguarda si tratta di una lettura del tutto mediocre.

lunedì 14 aprile 2008

"Terra!", di Stefano Benni: prime impressioni.

Stasera ho letto una quarantina di pagine di questo libro. Una surreale storia di fantascienza. Forse anche un po' troppo surreale. Comunque molto divertente. Il problema è che ci sono una marea di personaggi dai nomi improbabili, tenerli a mente tutti non è proprio una cosa banale. Forse sto diventando vecchio...

domenica 13 aprile 2008

E adesso Stefano Benni.

Dopo "La variante di Luneburg", di Paolo Maurensig, cambio del tutto genere e mi leggerò "Terra!", di Stefano Benni, autore del quale non ho mai letto niente. Speriamo bene.