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venerdì 20 giugno 2008

Recensione del libro "Arancia Meccanica", di Anthony Burgess.


Il giovane Alex - protagonista del libro - è il capo di una piccola banda di quattro teppisti scatenati, dediti - durante la notte - a furibonde azioni di ultraviolenza ai danni dei poveri malcapitati che passano sul loro cammino. Il libro è scritto in prima persona, il lettore si trova a vivere le tragiche esperienze dal punto di vista del giovane protagonista, del quale può leggere le azioni e i pensieri nel suo particolare slang - il Nasdat - inventato di sana pianta dall'autore. Alex è la personificazione stessa del male, in quanto dichiaratamente gode delle sue azioni malvagie e depravate, senza mai porsi il minimo problema di giustificare il proprio mostruoso comportamento. Al contrario, egli si presenta come una vittima della società in cui vive - una non molto ben definita istopia ambientata in un futuro (speriamo) improbabile. Tuttavia dopo avere massacrato una vecchietta inerme viene catturato dai poliziotti e sbattuto a marcire in un'orrenda prigione. Qui la sua natura intrinsecamente malvagia lo porta a ruffianarsi il cappellano, nella speranza di potere guadagnare la libertà per tornare alla sua vita di furti, pestaggi e stupri innominabili. Gli viene proposta come facile via di fuga dalla galera il famigerato "trattamento Ludovico", un abominevole trattamento di condizionamento psicologico in seguito al quale il suo subconscio rifiuta ogni comportamento violento, al quale associa una sensazione di insopportabile malessere fisico. In altre parole, Alex VUOLE fare il male, ma non può - suo malgrado - metterlo in pratica. Rimesso in libertà, si ritrova a vivere in un mondo malato, dove i suoi ex compagni di teppismo sono stati assunti dalla polizia e dove i suoi familiari lo rifiutano. Pestato dalla polizia, rifiutato dalla sua stessa famiglia e strumentalizzato da loschi figuri (caricatura dell'estrema sinistra), Alex, che soffre atrocemente per la sua condizione, decide di farla finita, gettandosi dalla finestra. Tuttavia sopravvive all'esperienza, venendo strumentalizzato dalla stessa classe politica che lo aveva usato come cavia per il "trattamento Ludovico" (satira dell'estrema destra), venendo quindi reinserito a viva forza nella società, dove torna a delinquere pur essendo foraggiato lautamente dal sistema. Tuttavia Alex sente il bisogno di allontanarsi dalla sua vita da teppista, mettendosi alla ricerca di una compagna per "sistemarsi", non soddisfare una propria necessità etica, ma per semplice accettazione di suoi meccanismi fisiologici .
Un libro molto complesso, scritto dall'autore per meditare sul concetto di libertà dell'individuo, e sui metodi che la società civile può/deve usare per stabilire un'ordine al suo interno. Dal mio punto di vista devo dire che è molto facile prendere le parti di Alex, piuttosto che della società, che alla fine risulta essere molto più depravata e senza ideali degli stessi teppisti dai quali si deve difendere. Mi sembra veramente mostruosa la visione che Alex ha della propria vita alla fine del libro, quando egli decide di abbandonare la sua nuova banda per "mettere su famiglia", rispondendo a mere esigenze biologiche sue, pur sapendo che tale scelta non risponde ad alcuna necessità morale o etica, ma a una semplice conformazione a modelli a lui - tutto sommato - esterni. Insomma una visione del mondo totalmente negativa. Burgess, in un'appendice finale del libro, dichiara che il libro "Arancia Meccanica" doveva essere

"una sorta di manifesto, addirittura una predica sull'importanza di potere scegliere."

Fermo restando che sono completamente d'accordo con le intenzioni dichiarate dell'autore, devo dire che dal mio punto di vista questo libro è una critica feroce nei confronti di TUTTA la società occidentale, a partire da quello che dovrebbe essere il suo caposaldo fondamentale, cioè la famiglia, descritta da Burgess come un vuoto contenitore senz'anima, anzi, una fabbrica di risibile ipocrisia. Burgess si è divertito, usando il potente strumento della satira, a smontare pezzo per pezzo tutto il nostro mondo, cominciando dal concetto stesso di democrazia, ponendo al lettore domande fondamentali dalle quali si è tuttavia guardato bene di fornire risposte. E lo apprezzo per questo.
Gran bel libro, devo dire, pienamente all'altezza del film omonimo realizzato da quel genio del cinema che risponde al nome di Stanley Kubrick.